1977: le uova rotte nel paniere
A trent'anni dalla protesta che ha segnato la fine di un ciclo di lotte
Fabiana Stefanoni
Febbraio 1977: l'università di Roma è occupata dall'inizio del mese, sull'onda di una protesta studentesca che ha avuto inizio il 24 dicembre a Palermo, con l'occupazione della facoltà di lettere. Il casus belli è la "circolare Malfatti", che vieta agli studenti di sostenere più esami sulla stessa materia: un primo passo verso lo smantellamento delle conquiste ottenute dagli studenti nel Sessantotto, con la controriforma complessiva dell'ordinamento universitario. Il ministro democristiano della Pubblica istruzione del governo Andreotti, infatti, intende reintrodurre restrizioni nella compilazione dei piani di studio, abolire gli esami d'appello mensili, introdurre due livelli di laurea, aumentare le tasse. In altre parole: si intende compiere un passo indietro rispetto alle conquiste strappate dalla piazza, approfittando del relativo arretramento delle lotte operaie.
La protesta dilaga
La goccia che fa traboccare il
vaso, il 1° febbraio, è l'incursione armata, da parte di un gruppo di fascisti
del Fuan (l'organizzazione studentesca dell'Msi), nell'aula universitaria in
cui è in corso un'assemblea contro la riforma Malfatti: due studenti vengono
feriti, uno gravemente, colpito da un proiettile alla nuca. Viene proclamata
immediatamente l'occupazione della facoltà: la protesta si propaga alle
università di Torino, Pisa, Cagliari, Sassari, Bologna, Milano, Padova. Per il
giorno dopo è indetta una manifestazione antifascista: 50 mila studenti
manifestano contro i fascisti e contro la Malfatti. Si verifica anche una
sparatoria, dopo una delle provocazioni - molto frequenti nelle manifestazioni
di quegli anni - di poliziotti in borghese con licenza di uccidere: due agenti
in borghese cominciano a sparare, prima con la pistola. Rispondono alla
provocazione, come spesso in quegli anni, due esponenti dell'Autonomia, che
sparano a loro volta. Risultato: gli agenti imbracciano il mitra e sparano a
raffica sulla folla.
È una scena che si ripete qualche
mese dopo, il 12 maggio, quando Giorgiana Masi, simpatizzante di Lotta
continua, partecipa a un sit-in organizzato dai Radicali a piazza Navona in
occasione dell'anniversario del referendum sul divorzio: la polizia carica, i
manifestanti fuggono e Giorgiana viene ammazzata da un poliziotto in borghese
che spara, coperto dagli altri poliziotti. Nessun partito, nemmeno il Pci,
emette un comunicato di condanna.
Ma ritorniamo a febbraio: in
tutta Italia si moltiplicano le manifestazioni studentesche, le occupazioni, a
Roma le attività didattiche sono bloccate per 11 giorni. Gli occupanti
rivendicano il salario generalizzato per chi ha più di 18 anni, la diminuzione
delle ore di lavoro nelle fabbriche e l'aumento di quelle di studio per gli
studenti lavoratori: il tentativo è quello di saldare le lotte studentesche a
quelle operaie. Centinaia di migliaia di studenti in tutta Italia esprimono la
loro solidarietà al movimento studentesco romano.
E il Pci che fa?
"Ci troviamo di fronte a
gruppi squadristici armati che tentano di innescare una nuova fase della
strategia della tensione. Il raid dei fascisti del Msi all'università e la
violenza dei provocatori cosiddetti autonomi sono due volti della stessa realtà:
gli uni e gli altri puntano sulla violenza e sul terrorismo": sono le
parole del responsabile dei problemi dello Stato per il Pci, Pecchioli. Sono le
stesse espressioni che utilizzerà Berlinguer: tutti, studenti e autonomi,
bollati come "fascisti", "squadristi", "untorelli".
Come ha di recente ricordato Cossiga, allora ministro degli Interni,
responsabile della pesante repressione del movimento con tanto di blindati nelle
piazze, "Berlinguer pose come condizione (...) che io rimanessi al
Viminale (...). Dal Pci non vennero mai critiche alla linea dura" (Corriere della sera, 25/1/2007).
La posizione del Pci emergerà
chiaramente dopo la celeberrima "cacciata di Lama" dall'università di
Roma: di fronte alle proteste verbali degli studenti, che lanciano slogan
contro la "politica dei sacrifici" voluta della sinistra sindacale e
istituzionale, il servizio d'ordine del sindacato carica pesantemente gli
studenti. Quando poi viene negato agli studenti un intervento dal palco, si
scatenano gli scontri. Lama, che era arrivato con l'intenzione di convincere
gli studenti a rinunciare alle proteste ("Gli operai nel '43 hanno salvato
le fabbriche dai tedeschi, voi adesso dovete salvare le università perché sono
le vostre fabbriche"), è costretto a interrompere il comizio e a scappare.
L'Unità, organo del Pci, definirà senza mezzi termini "impresa
squadristica" la protesta studentesca. Berlinguer, alla prima uscita
pubblica dopo i fatti di Roma, dichiarerà: "Occorre non lasciare spazio ad
azioni di tipo teppistico o squadristico, azioni che non a caso richiamano il
1919".
Una scelta di campo
Perché fare di tutta l'erba un
fascio? Perché condannare tutto il movimento, prendendo a pretesto il feticismo
della violenza di alcuni gruppi (minoritari) dell'estrema sinistra? La risposta
sta nel contesto politico e sociale di quegli anni. Dopo la metà degli anni
Settanta, l'Italia è nel mezzo di una recessione economica che non solo aggrava
le condizioni della popolazione studentesca (destinata alla disoccupazione) ma
che induce la borghesia italiana a intraprendere un processo inverso a quello
portato avanti negli anni successivi al Sessantotto: se allora una serie di
concessioni alla classe operaia si era resa necessaria per tentare di
controllare le masse, ora è tempo, per il padronato italiano, di "riprendersi
quel che è stato tolto". Contando sul fatto che la protesta operaia, anche
grazie alle direzioni sindacali e al Pci, è in parte rientrata nei ranghi, si
tratta di cominciare a smantellare, con una serie di controriforme, quanto era
stato concesso agli operai. Per fare questo, indispensabile è l'appoggio dei
sindacati e del partito che ha maggiore influenza nella classe operaia
italiana, appunto il Pci.
Confederazioni e Partito
comunista rispondono all'appello del padronato. Il 20 giugno 1976 si svolgono
le elezioni: la Dc
ottiene il 38,7% dei voti, il Pci ben il 34,4%, il Psi il 9,6% (Dp prende solo
l'1,5% dei voti, dopo una campagna basata sulla parola d'ordine al ribasso del "governo
delle sinistre"). La prospettiva che si apre, già delineata nel 1973, è
quella del "compromesso storico", cioè di un governo basato
sull'alleanza dei democristiani e dei comunisti del Pci, a coronamento di
trent'anni di ambiguità del Pci stesso sul terreno della collaborazione di
classe. Ma i tempi non sono ancora maturi, per il Pci è ancora periodo di
esami, dovrà dare garanzie di credibilità al padronato italiano: nasce quindi
il governo Andreotti, monocolore Dc, con l'astensione del Pci (detto per questo
"governo delle astensioni"). Cossiga è ministro dell'interno, Ingrao
presidente della Camera (dallo scranno non mancherà di esprimere nel corso di
tutto l'anno la sua solidarietà alle forze dell'ordine, responsabili in quegli
anni della morte di decine di giovani, studenti e operai).
Anche le Confederazioni sindacali
fanno la loro parte: si comincia con il ritiro dello sciopero generale del 12
dicembre 1976 contro le prime misure antipopolari del governo, poi si passerà,
il 26 gennaio del 1977, a
un accordo che abolisce 7 festività corrispondenti a 56 ore di lavoro in più
per i lavoratori e modifica il funzionamento della scala mobile. La Cgil cerca di convincere gli
operai che per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori è necessario
incrementare i profitti: di qui, la litania dei "sacrifici", della
pretestuosa lotta al consumismo, che ha in Berlinguer uno dei suoi alfieri e
che è funzionale a tener buoni e zitti i lavoratori.
I giochi sembrano fatti,
sennonché arriva, a rompere le uova nel paniere della concertazione, la
protesta degli studenti. Il paniere è ricco e ghiotto, per questo la reazione è
così dura: tutti fascisti, squadristi, teppisti. Eppure, la mattina dopo la
cacciata di Lama, l'assemblea degli studenti romani approva un documento
inequivocabile, che chiede il "ritiro del progetto di riforma Malfatti e
di quello del Pci sull'Università; lo sciopero generale nazionale contro il
governo per aprire un fronte di lotta nuovo e di massa sull'occupazione. Il
movimento sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica dei
sacrifici, della logica delle compatibilità capitalistiche rispetto alla crisi".
È proprio il timore di una saldatura col movimento operaio - che spaventa molto
più delle P38 degli Autonomi, utili invece a giustificare la repressione - che
induce il Pci a toni tanto pesanti. Toni che non si ammorbidiranno nemmeno dopo
l'assassinio a freddo l'11 marzo a Bologna, di uno dei portavoce del movimento
studentesco bolognese, Francesco Lorusso (a sparare, con l'intenzione di
uccidere, è un carabiniere che resterà impunito); nemmeno dopo gli arresti "sommari"
di 46 militanti del movimento (che indurranno alcuni intellettuali francesi,
tra cui Sartre, a scrivere un appello contro la repressione dello Stato, anche
per il silenzio assordante dell'intellettualità codarda di casa nostra); nemmeno
di fronte ai divieti di manifestare imposti dal ministro dell'interno; nemmeno
di fronte all'uso e abuso della famigerata legge Reale, con il fermo di
polizia, l'assenza di limiti alla carcerazione preventiva, l'ampliamento della possibilità
di utilizzare le armi da fuoco per le forze dell'ordine.
Il Pci, in
alleanza di ferro con la borghesia italiana, è riuscito nel suo intento di
reprimere la mobilitazione. Ma è anche responsabilità politica della sinistra
extraparlamentare di quegli anni, appiattita su posizioni movimentiste o
anarcoidi, la dispersione delle migliori potenzialità del movimento. Mancava un
partito rivoluzionario in grado di guadagnare, con un programma transitorio, le
masse a una prospettiva socialista (purtroppo nemmeno i trotskisti furono in
grado di costruirlo[1]). La conseguenza è stata
che il '77 ha segnato l'epilogo di un ciclo di lotte iniziate alla fine degli
anni Sessanta, inaugurando la "stagione del riflusso" e delle
controriforme: ultimo importante momento è la manifestazione dei metalmeccanici
del 2 dicembre 1977 a
Roma, con la presenza di 250 mila manifestanti.
Il '77 nei racconti di oggi
In occasione del trentesimo anniversario di quell'anno, sono stati
pubblicati alcuni libri. Quello che ha goduto di maggior pubblicità - esposto
in bella vista nelle vetrine delle librerie - è 1977. L'ultima foto di
famiglia, di Lucia Annunziata (Enaudi):
una ricostruzione sommaria dei fatti di quell'anno da una dei tanti
protagonisti. Il filo della ricostruzione si regge attorno a una tesi
impressionista: il '77 uccise simbolicamente, con la cacciata di Lama, il padre
comunista (tesi mutuata da un romanzo, noioso, uscito pochi mesi prima: Piove
all'insù, di Luca Rastello, Bollati
Boringhieri). Non vale la pena di leggerlo, nemmeno per curiosità. Oltre a
questo ricordiamo - accanto alla ripubblicazione di un libro di Marco Grispigni
già uscito nel 1997, edito dalla manifestolibri - Ali di Piombo, di Concetto Vecchio (Bur) e Rose e
pistole, di Stefano Cappellini (Sperling
& Kupfer). Il primo, che ha il pregio di ripercorrere il 1977 seguendo le
vite dei protagonisti con piglio da romanzo e di essere abbastanza attendibile
nella ricostruzione dei fatti, si basa tuttavia su una chiave di lettura priva
di alcun valore storico (oltre che aberrante dal punto di vista politico): il
1977 sarebbe stato un anno che conosce un'esplosione generalizzata di violenze
(furti, omicidi, risse, sparatorie) di cui l'ideologia politica dei vari gruppi
è solo un'espressione pretestuosa. Il secondo, invece, se riporta alcuni
documenti interessanti (a partire da alcuni testi prodotti dalle assemblee
studentesche) allo stesso tempo riporta i fatti e le vicende sempre dal punto
di vista del vincitore: sono quasi sempre i manifestanti a sparare per primi,
costringendo i poliziotti a rispondere al fuoco...
Ciò che più disgusta, di questo revival letterario, è che sarà il
mandante degli omicidi di piazza di quegli anni a presentare alcuni di questi
libri nei salotti letterari. Lui, Cossiga, che dichiara oggi con orgoglio di
aver mandato "i blindati a travolgere i cancelli dell'università di Roma e
rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di
Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici"[2].
[1] Il trotskismo in quegli anni in Italia era rappresentato dai Gcr di Maitan e Turigliatto (sezione italiana del cosiddetto Segretariato Unificato della Quarta Internazionale di Mandel). I Gcr, ancora indeboliti dall'esplosione dell'organizzazione avvenuta dopo il Sessantotto da cui nacquero tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra, si accodavano alle posizioni movimentiste, ritenendo superflua la costruzione di un partito trotskista.




















