Partito di Alternativa Comunista

L'VIII congresso del Pci e

L’VIII congresso del Pci e “la via italiana al socialismo”
Un nuovo itinerario della collaborazione di classe


Ruggero Mantovani

Dall’8 al 14 dicembre del 1956 si celebrava a Roma l’VIII congresso del Pci, il quale definiva − all’indomani del XX congresso del Pcus − la nuova strategia della “via italiana al socialismo”. Il documento congressuale, denominato “Elementi per una dichiarazione programmatica del Partito comunista italiano”, approvato all’VIII congresso (noto più semplicemente come “Dichiarazione Programmatica”) rappresentò, senz’altro, una delle opere più importanti di Togliatti. I dirigenti e i pubblicisti del Pci tentarono di dimostrare che la nuova linea imposta da Togliatti rappresentava una strategia innovativa rispetto alla precedente stagione staliniana.
Ma “la via italiana al socialismo”, in definitiva, riattualizzò i caratteri fondamentali della “svolta di Salerno”, che fin dal 1943 prevedeva: la costruzione del blocco strategico con la borghesia liberale; l’alleanza paritetica con i partiti della borghesia nel Cnl; l’entrata dal 1945 al 1947 nei governi d’unità nazionale con la Dc, che permise ai capitalisti di riappropriarsi del comando nelle fabbriche, di reprimere molte delle mobilitazioni che si svilupparono, di amnistiare i fascisti e disarmare i partigiani. Nei trent’anni successivi tutta la politica del Pci fu finalizzata a riaprire il varco di quella collaborazione governista: in definitiva la “via italiana al socialismo” rappresentò, per decenni, l’involucro ideologico di quella prospettiva politica.

Il contesto in cui è maturata la strategia della “via italiana al socialismo”

L’VIII congresso del Pci fu segnato da grandi avvenimenti: la morte di Stalin nel 1953; l’avvio, con il “Rapporto Chruscev” di un contraddittorio processo di destalinizzazione; la “via italiana al socialismo”, che diverrà il principale strumento tramite il quale la burocrazia staliniana costruì un nuovo itinerario di collaborazione di classe.
Questa fase è ricollocabile nella III legislatura della Repubblica Italiana (1958-1963): se da un lato fece registrare un impressionante sviluppo capitalistico, grazie ad un milione di proletari che dal sud del paese emigrarono al nord industriale, dall’altro la classe operaia subì una politica di grave contrazione salariale. Il Pci, in quegli anni, era ormai interno al tessuto istituzionale dello stato borghese e la sua progressiva integrazione fece emergere sempre più gli interessi materiali espressi dal suo apparato: ceto dirigente, amministratori e parlamentari. Per quanto riguarda il “Rapporto Chruscev”, la denuncia parziale e con molti anni di ritardo degli orrori staliniani, non produsse nessuna riflessione critica in merito alla controrivoluzione burocratica imposta da Stalin.
L’intento di Chruscev e della nuova classe dirigente (organicamente legata alla stagione staliniana) era di rilanciare la politica estera dell’Urss e riattivare una nuova fase espansiva dell’egemonia della burocrazia moscovita. Togliatti, dal canto suo, malgrado conoscesse perfettamente il rapporto Chruscev, espresse le sue valutazioni sulla rivista Nuovi Argomenti, solo dopo che tale rapporto fu pubblicato, nel giugno 1956, sul New York Times.
Seppur irritato dalle apparenti critiche allo stalinismo, Togliatti non si fece sfuggire l’occasione di valorizzare le peculiarità nazionali del Pci, rilanciando la strategia della “democrazia progressiva” e la realizzazione del socialismo nello specifico della realtà nazionale.
La drammatica repressione dei manifestanti a Posdam, in Polonia e in Ungheria, chiarirono ben presto la vacuità del rapporto Chruscev e ancor di più la statura politica e morale di Togliatti che, in linea con la peggiore invettiva staliniana, non esitò a dichiarare che non si trattava di manifestanti, ma d’agenti provocatori e che i morti in Ungheria erano il prodotto di una “dolorosa necessità”.

L’VIII congresso del Pci e la fine della prospettiva rivoluzionaria

Togliatti, all’VIII congresso, con la “Dichiarazione Programmatica”, chiariva la strategia politica del Pci: la costruzione del socialismo doveva essere realizzata nello specifico della realtà nazionale; la lotta politica era proiettata nell’alveo del regime parlamentare e lo stato borghese doveva essere trasformato dall’interno e senza rotture rivoluzionarie.
All’indomani del XX congresso del Pcus, Togliatti dichiarava “che era possibile una profonda trasformazione delle strutture economiche nell’ambito della democrazia politica” (L’Unità nel 1956) e con metodi “parlamentari” (Pravda dello stesso anno).
Il dibattito precongressuale nel 1956, in linea con il consolidato unanimismo staliniano, vide molti autorevoli dirigenti motivare e rafforzare la strategia togliattiana: Scoccimarro sostenne che si era “…affermata la possibilità del metodo democratico nella lotta per il socialismo” e che “nelle nuove condizioni storiche intorno a tale programma si poteva realizzare l’alleanza tra la classe operaia, contadina e i ceti medi e, quindi, con i partiti che ne erano espressione”; Spano, molto più eloquentemente, dichiarava che “le tesi del congresso andavano al di la delle posizioni di Lenin”.
In verità l’VIII congresso confermò che la linea strategica perseguita dal Pci era, ormai da anni, estranea alla politica leninista. Difatti, la politica leninista (volendo schematizzare) si riassume in tre assi fondamentali: la violenza rivoluzionaria delle masse per la conquista del potere, la distruzione dello stato borghese e la necessità di instaurare la dittatura del proletariato.
Tutte e tre queste condizioni furono oggetto di una radicale tosatura da parte del togliattismo: questo è il nocciolo della questione. D'altronde, se il marxismo altro non è che la generalizzazione dell’esperienza storica e l’espressione cosciente delle tendenze oggettive, dall’esperienza dei fatti ne ricaviamo che non vi è stato alcun paese al mondo, per quanto infettato dalla burocrazia staliniana, che abbia realizzato il collettivismo economico se non attraverso la distruzione delle forme istituzionali borghesi (Jugoslavia, Cina, Cuba, Vietnan del Nord).
Tutta la concezione togliattiana espressa all’VIII congresso ruotava attorno alla considerazione che dopo la Resistenza e con il crollo del fascismo si sarebbero determinate delle nuove condizioni: anzitutto la costituzione che, nella mente di Togliatti, avrebbe garantito la costruzione di una democrazia di tipo nuovo, capace di rompere il dominio del capitalismo monopolista.
Una visione impressionistica che rappresentò una potente copertura ideologica della politica di collaborazione di classe. In quegli anni, d'altronde, non vi è stata una decisione presa dal parlamento, compresa la stessa designazione dei governi, che non fu condizionata dall’atteggiamento di Confindustria, Confagricoltura, dalle banche, dal Vaticano e dal dipartimento americano.
Togliatti, in linea con questa concezione, riteneva che l’estensione delle funzioni statali (ricordiamo in particolare il fenomeno dell’Iri e dell’Eni), avrebbe assicurato una nuova “direzione dell’economia”.
In verità le esperienze stataliste dell’Iri e dell’Eni rientrarono in una tendenza generale del capitalismo che, nell’impossibilità di conservare gli equilibri preesistenti alla seconda guerra mondiale, tendeva al rafforzamento dello Stato, all’allargamento della burocrazia ed alla stabilizzazione dell’economia. Tutta l’impostazione togliattiana faceva emergere contraddizioni dilanianti e i tentativi di coperture ideologiche, apparentemente innovative, si palesavano sterili ed inadeguate.

Togliatti e lo stalinismo

Nella concezione togliattiana non è dato scorgere alcun contenuto di originalità, poiché il nocciolo della “via italiana al socialismo” (anticipata dalla “democrazia progressiva” con la “svolta di Salerno” nel 1943) era da ricercare nell’esperienza dei fronti popolari degli anni Trenta e nella linea controrivoluzionaria espressa dallo stalinismo con l’avvio della politica di collaborazione di classe con la borghesia liberale.
Con l’VIII congresso, soprattutto sotto l’impulso del rapporto Chruscev, per la prima volta era posta un’apparente critica allo stalinismo. Si affermò che il vizio più profondo dello stalinismo fu il dogmatismo, poiché troppo legato ad una visione immobile dei sacri testi del marxismo-leninismo. La realtà ha dimostrato tutto il contrario. Lo stalinismo ha introdotto visioni del tutto estranee ai principi del marxismo, orientando i vari cambiamenti di linea non agli interessi del proletariato, ma agli interessi della burocrazia. Lo stalinismo è stata una tendenza classicamente revisionista, poiché ha deformato la concezione del partito, della transizione, dello stato operaio, dell’internazionalismo, sino all’arte e alla cultura.
Lo stalinismo ha coniugato il revisionismo dei contenuti e il settarismo della forma, proponendo, semmai, una versione catechistica del leninismo, con l’intento malcelato di svuotarlo di contenuto. La burocrazia staliniana, tanto italiana quanto moscovita, non è mai stata una forza autonoma, restando sempre condizionata dalle forze sociali e politiche che hanno agito su di essa.
Se il Pci abbandonò le posizioni rivoluzionarie approdando ad una pratica riformista; se maturò una neo-burocrazia simile a quella della socialdemocrazia, tuttavia rimase un partito stalinista e non riformista, poiché a differenza delle forze della II internazionale quel revisionismo è stato l’espressione dell’influenza sul movimento operaio e sul campo anticapitalista.
L’impostazione espressa da Togliatti all’VIII congresso e, precedentemente, la concezione della “democrazia progressiva” e del “partito nuovo”, hanno caratterizzato tutta la storia dello stalinismo italiano e segnato il fallimento del più grande partito comunista d’occidente.
Quelle impostazioni hanno anche segnato l’intera vicenda di una finta rifondazione comunista che, in questi anni, ha ricercato costantemente il compromesso di classe con la borghesia liberale e con le sue rappresentanze politiche.
E’ tempo di costruire un vero partito comunista che ricomponga le radici del movimento comunista internazionale, recise dallo stalinismo e dalla socialdemocrazia: è tempo della ricostruzione di un vero partito della rivoluzione socialista.




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