I soliti
giovani burocrati, che palle!
Trent’anni di carrierismo giovanile “comunista” sulle spalle dei
movimenti di contestazione
di Alessio Spataro
“Mi batterò perché la nostra organizzazione si
trasformi, con l’aiuto e la comprensione di tutti i compagni, in
un’organizzazione diversa, autonoma, di massa e non esclusivamente comunista.
Insomma che possa accogliere tutti i giovani, studenti e lavoratori, anche se
non con le nostre stesse idee”. Quante
volte abbiamo sentito ripetere frasi del genere dentro il Prc, soprattutto da
Genova in poi? Quanti giovani dirigenti, coordinatori, semplici allineati
dentro Rifondazione, terrorizzati dalla possibilità di specificare per quale
altro mondo possibile si può lottare, hanno giustificato ipocritamente tante finte
scelte di apertura ai movimenti di contestazione? Gli esempi recenti sono
parecchi, ma la citazione iniziale, anche se potrebbe averla detta uno
qualsiasi dei giovani rappresentanti del nostro ex partito, è una dichiarazione
del giovane segretario della Fgci Massimo D’Alema datata 1978.
Il fatto che dopo vent’anni quel giovane “comunista” sia diventato uno
dei più convinti guerrafondai servi dell’imperialismo statunitense, dovrebbe
far riflettere chi ancora oggi pensa che contaminarsi con posizioni diverse
dalla propria organizzazione sia innovativo e non invece un esempio vecchio due
secoli di come si sterilizza l’opposizione di classe.
Non é che ogni comunista dovrebbe radunarsi solo ed esclusivamente con
chi la pensa allo stesso modo (i moti carbonari sono finiti da un pezzo), ma
una rilettura attenta del concetto gramsciano di egemonia, oggi più attuale che
mai, non farebbe affatto male.
I giovani dirigenti del Pci di allora quel concetto lo conoscevano molto
bene, visto che erano stati giustamente emarginati (spesso altrettanto
giustamente a legnate) nelle fabbriche e nelle università dal movimento più
estremo e lacerante del dopoguerra italiano: il ’77. Il ventottenne D’Alema la
buona volontà ce la metteva tutta, ma in quanto a furbizia o ne aveva poca da
impegnare o già iniziava a conservarla per tempi migliori; sta di fatto che
forse non era proprio utile offrire il proprio spazio di tribuna politica
televisiva a un indiano metropolitano, se nel frattempo il servizio d’ordine
del Pci irrompeva alla Sapienza a Roma, cancellando dai muri gli slogan
fastidiosi e caricando a sprangate proprio gli indiani metropolitani che
contestavano il comizio di Lama (e prendendo comunque alla fine le solite
sacrosante botte di cui sopra).
I più importanti giovani dirigenti
del comunismo italiano
La storia recente delle maggiori sedicenti organizzazioni comuniste
giovanili è praticamente costellata di loschi figuri imberbi che hanno legato,
spesso purtroppo con successo, la propria meschina carriera politica con un certo
presunto dialogo con i movimenti sociali del momento.
Esempi tristissimi di asservimento culturale e politico dimostrano come
sia studiato a tavolino, pianificato e messo in pratica sempre lo stesso
identico metodo di annichilimento di passioni e impegno militante di intere
generazioni di giovani comuniste e comunisti, che sono state prima attratte da
ondate di contestazioni nazionali spontanee molto partecipate e poi prontamente
tradite da burocrazie di partito a cui faceva gola solo ed esclusivamente il
ricercatissimo consenso giovanile.
Per analizzare meglio le conseguenze di questo morboso scenario di
pedofilia politica, basta osservare la vergognosa esperienza di chi in Italia
negli ultimi decenni ha guidato organizzazioni di giovani votate ad esempio al
pacifismo e alla non violenza, per poi diventare senza la minima vergogna
sostenitori convinti delle peggiori missioni militari.
Oltre al caso storico del criminale di guerra Massimo D’Alema, va
ricordato meritoriamente il suo degno successore Pietro Folena, fautore del
pacifismo antinucleare da segretario Fgci, sostenitore dei bombardamenti su
Belgrado da deputato ds e guerrafondaio non pentito dagli attuali banchi di
Rifondazione.
Durante il riflusso degli anni ’80 il cattolico Folena, dopo Marco Fumagalli,
prende quindi il posto di D’Alema a capo della Fgci, la fa galleggiare per un
po’ nel movimento contro i missili a Comiso e poi, sotto la breve segreteria di
Gianni Cuperlo (attuale dirigente ds), contribuisce definitivamente a
stroncare, con un piccolo golpe pre-bolognina, le genuine aspettative di tante
e tanti militanti che nel frattempo si sono sinceramente tuffati mani e piedi
nel movimento studentesco della Pantera del 1990.
La liquidazione della Fgci
“La
Pantera nasceva a Palermo, non era mica roba da ridere. Chi
li aveva mai visti gli studenti di Palermo? Si estese velocemente su tutta la
penisola” racconta Elettra,
parlando della sua diretta esperienza di ex militante della Fgci. “A
Roma, dove studiavo io, avevamo occupato praticamente ogni angolo della città
universitaria. Avevamo le chiavi di tutte le aule di Medicina! Ma non solo le
chiavi: le questioni poste sul campo da quel movimento sono i nodi che ancora
vengono al pettine facendo soffrire la stirpe di sindacalisti sindacalesi che ci
governano. Flessibilità, intervento del privato nella ricerca, autonomia, ecc.
Quelli come me che erano della Fgci e che si trovarono in mezzo a quella
tempesta ormonale, pensarono (credo unanimemente) che era quello per cui
avevamo lavorato per anni. Ci entrammo dentro testa e corpo. Le riunioni
precongressuali ci fecero una bella doccia fredda. Va fatta una riflessione su
questo: contro chi era rivolta quella protesta? Di chi era il progetto di
cultura, formazione, crescita che si stava mettendo in discussione? Non di un
destro o macabro fascio, ma di Ruberti, appoggiato dall’establishment culturale
e politico di larga parte del Pci/Ds. Nei giorni della disoccupazione della
facoltà ebbi un’esperienza che mi lasciò veramente disorientata: il congresso della
Fgci, dove la Lega
degli Universitari Romani riuniti in via dei Frentani (dov’era allora la
federazione), vide la minoranza dell’organizzazione ‘cacciare’ la maggioranza.
Non è che ci cacciarono fisicamente, per carità, ma capimmo che avevamo finito
il compito, perché non si stava assolutamente tenendo conto dell’esperienza e
di quello che stava succedendo a pochi metri di distanza da loro. Erano
veramente 100 passi, ma bastavano per rendere la distanza irreparabile”.
Un’occasione sprecata per chi
sperava nelle promesse di autonomia dalla burocrazia politica maggiormente
imbrigliata nelle logiche di palazzo, come di fatto era il vertice del Pci di
Natta e Occhetto. Soprattutto se si pensa al corpo militante di giovani
comuniste e comunisti di allora che, pur essendo una generazione estranea a
qualsiasi legame con il modello e le colpe dell’Urss da Stalin a Breznev, s’è
visto scippare sotto il naso un’identità che aveva contribuito a costruire da
pochissimi anni con esperienze e impegno politico nuovi, sostituita coattamente
da quel processo storico che doveva portare per forza alla Bolognina. Dice
ancora Elettra a proposito: “Credo che in quel frangente la struttura
creata al congresso di Napoli e che prevedeva una dose molto massiccia di
indipendenza, non solo organizzativa, ma anche politica, dal Pci dimostrò la
sua debolezza. Chi credeva che avere avuto una posizione diversa sulla
questione dell’Afghanistan fosse sufficiente per avere la patente di autonomia
politica, si sbagliava. Mi stupii della scelta di Folena: insomma, noi non
dovevamo far nessuna opera di mea culpa, molto prima dei padri avevamo preso
atto di un importante cambiamento e ne eravamo stati parte. (…) Personalmente
ero troppo presa dal movimento degli studenti e poi dal movimento contro la
guerra in Iraq, per potere perdere tempo ad interessarmi alle logiche con cui
un gruppo di dirigenti fece contenti i padri e sciolse la Fgci tornando indietro, con la Sinistra Giovanile,
ad un modello sinceramente molto vecchio. Sembra incredibile, vero? Forse
sbagliammo tutti noi allora a disinteressarci. Ma fu così”.
Le carriere dei giovani
dissidenti in Fgci
Fra chi non condivise e dovette subire la scelta doppiogiochista del
Folena di quel periodo, vanno ricordati due giovani pugliesi che oggi militano
nel suo stesso partito e vantano come lui carriere di tutto rispetto: l’attuale
presidente della regione Puglia Nichi Vendola e il nuovo segretario del Prc
Franco Giordano.
Quest’ultimo, un segretario di transizione di nota statura morale
elevata, è capace di diventare paonazzo in pochissimi secondi quando lo fanno
incazzare. Ricordo ancora la sua faccia l’anno scorso, nei giorni del ridicolo
sesto congresso di Rifondazione, quando al congresso del suo circolo a Roma si
ritrovò davanti un giovane sconosciuto come il sottoscritto che, mentre
presentava il terzo documento, gli ricordava che proprio lui, anche se
continuava a riempirsi la bocca di pacifismo, rimaneva di fatto un deputato che
nel ’97 non si vergognò minimamente a dare la fiducia al governo guerrafondaio
di Prodi che ventiquattro ore prima aveva mandato truppe in Albania con
l’appoggio parlamentare dei fascisti. Davvero non poco per un ex Fgci cresciuto
alla corte di Folena e tradito dallo stesso. Ancora ne dovrà fare di strada, ma
è giovane, ha tutta la vita davanti.
Altri giovanissimi che oggi sono in piena ascesa verticale della loro
carriera politica sono i coordinatori dei Gc, primo fra tutti l’inutile Marco
Rizzo, che la storia dell’umanità ricorderà principalmente come comparsa nel
primo film di Mino Reitano “Una vita lunga un giorno” del 1973 e non soltanto
come fondatore dell’organizzazione giovanile del Prc nel 1993 (molto prima
della scissione di Cossutta) o come ennesimo sostenitore della guerra contro la Federazione Jugoslava
del ’99.
I nuovi giovani burocrati di
Rifondazione Comunista
I successivi tre coordinatori dell’organizzazione giovanile di
Rifondazione, si sono cibati voracemente di tutto quello che riuscivano a
riciclare dall’esperienza di Genova del 2001. Peppe De Cristofaro prima e
Nicola Fratoianni poi hanno chiarito definitivamente, se mai ce ne fosse stato
bisogno, che ai militanti devi sempre dire di combattere gli stessi metodi
burocratici che poi di nascosto usi a tuo piacimento. Se allo stadio Carlini di
Genova già c’è qualche giovane rappresentante di Rifondazione a promettere che
i circoli Gc confluiranno nel Laboratorio (poi esploso) della Disobbedienza,
che bisogno c’è di chiedere il parere o addirittura il voto alla base
militante? Casomai la si interpellerà successivamente alla conferenza prossima.
E soprattutto a cose fatte.
Stesso metodo di Bertinotti con l’alleanza di governo al sesto congresso.
Stesso metodo da trent’anni, stesse conseguenze: premi di carriera per tutti.
Per De Cristofaro hanno trovato una sedia da scaldare a Montecitorio. Il posto
di segretario regionale pugliese al toscano Fratoianni.
Ultimo discendente di questa stirpe poco gloriosa di giovani burocrati di
sinistra, Michele De Palma sta faticosamente guidando le sempreverdi truppe di
amici, parenti, conoscenti e cammelli vari in ogni parte d’Italia per la nuova
conferenza Gc di questo mese, alla disperata ricerca di un consenso che
attualmente stenta a decollare, vista la schiacciante maggioranza di militanti
che oggi si rifiuta di aderire in toto alla linea, inesistente e vaga come
sempre, dell’esecutivo. Comunque può ancora sperare, non tutto è perduto:
mentre scrivo mancano la
Calabria, dove all’ultima conferenza giovanile del 2002
stavano facendo votare anche i cinquantenni, e la Sicilia, dove il più
spudorato dei giovani burocrati rifondaroli, il palermitano Sergio Boccadutri,
stava per far eleggere a Messina un coordinatore provinciale di sua fiducia,
talmente sconosciuto da essere stato platealmente e duramente rifiutato anche
dagli stessi militanti di maggioranza (che alla fine hanno mandato all’aria la
conferenza provinciale lasciando per quattro anni Messina senza coordinamento
Gc). Insomma, un ragazzo sveglio e responsabile che si sa fare i conti. Sarà
per questo che l’hanno appena eletto addirittura tesoriere nazionale. Giusto
per rinnovare la dirigenza con ricambio generazionale. Una ventata di
freschezza in più che tanto ricorda l’asfissiante presenza del rampante Folena
degli anni ’80.
In ogni caso il documento di De Palma anche se prenderà solo il 30% non
si spaventerà certo delle minoranze. Non sono mica un ostacolo insormontabile
visto che una di queste, quella di Erre/Sinistra Critica, oggi incrementa
consensi tuonando contro la linea di asservimento al governo, mentre ha co-gestito
l’esecutivo di questi ultimi quattro anni assieme ai filodisobbedienti senza
dire una parola sulle varie fasi dell’ultima svolta di Bertinotti.
Ancora una volta le giovani burocrazie italiane fioriscono nelle fertili
distese di concime della sinistra istituzionale. E vista l’esperienza storica
di questi ultimi 30 anni, il presente ci riserva un futuro davvero
preoccupante. Molto più del passato.