La Cina, le Olimpiadi...
…e la brutale affermazione del capitalismo
Claudio Mastrogiulio
Ad agosto di quest’anno si terranno, a Pechino, le ventinovesime olimpiadi della storia. Non sarà la solita ostentazione dello strapotere economico delle multinazionali europee e statunitensi, ma l’affermazione di una verità che nel corso degli ultimi anni si sta stagliando come assoluta. Il Paese asiatico, che ancora qualche rozzo ideologo di regime si ostina ad accostare al socialismo, viene al contrario colto, in maniera molto più lungimirante, come un mercato le cui potenzialità sono già più che pronunciate. La scelta della Cina come Paese ospitante ha significato la definitiva legittimazione del Paese dinnanzi all’obiettivo che gli squali della globalizzazione hanno; vale a dire l’allargamento del mercato a zone prima difficilmente accessibili in cui poter usufruire a mani basse dell’arretratezza economica e sociale degli attori sociali che tale accrescimento subiranno.
La brutalità del regime cinese
Negli ultimi mesi hanno avuto grande risonanza a livello mediatico le manifestazioni di protesta dei monaci tibetani che reclamavano l’indipendenza del proprio stato. La risposta del regime cinese di fronte alle legittime rivendicazioni di autodeterminazione del popolo tibetano è stata quella tipica di ogni Paese oppressore e si è caratterizzata su due versanti: la violenza e le mistificazioni.
Saggi della brutale violenza con cui si è consumata la repressione nei confronti del popolo tibetano si sono avuti durante le mobilitazioni di Lhasa. Come ogni stato oppressore, anche quello cinese, molto ha puntato sulla carta delle mistificazioni di regime con l’obiettivo di capovolgere i rapporti materiali che caratterizzavano la realtà dei fatti. Ad ogni proclama dei rappresentanti del governo cinese si evidenziava la considerazione per cui i manifestanti tibetani venivano bollati come teppisti e mercenari al soldo della “cricca del Dalai Lama”. Le contemporanee immagini dei burocrati di regime cinesi che straparlavano di teppismo e quelle del popolo tibetano sottoposto ad un’oppressione politica e militare in piena regola facevano ben capire il grado di profonda vessazione che si stava perpetrando. Ancora qualche temerario s’ostina a strumentalizzare quello cinese come un regime “comunista” al fine di accrescere il grado di mistificazione per cui le storture che caratterizzano quello stato di cose siano una dimostrazione in più dell’inaccettabilità di tutto ciò che finanche s’appelli “socialista” di fronte alle democrazie occidentali (sic!). Questi rozzi tentativi di bassa propaganda sulla pelle di popoli oppressi e lavoratori che non vedono riconosciuti i propri diritti per il semplice motivo per cui a dominarli è un regime capitalista e oppressore immediatamente perdono, qualora ne abbiano mai avuta, efficacia. Le motivazioni che ci portano a ritenere la Cina come un Paese capitalista ed oppressore sono macroscopicamente evidenti, basta analizzare qualche semplice dato sulle caratterizzazione della strutturazione economica del Paese asiatico.
Alcuni dati significativi
Innanzitutto quello economico sembra essere l’elemento fondamentale che ci conduce sull’itinerario tracciato. Sulla scia di queste considerazioni si può anche ben comprendere la natura delle garanzie che i grandi potentati economici hanno ricevuto per poter investire pesantemente sull’avvenimento olimpico di quest’anno. Le stime degli ultimi anni hanno riconosciuto alla Cina una crescita annua del Pil (prodotto interno lordo) del 9% e, ad esempio, il 2005 è stato l’anno del superamento dell’economia cinese rispetto a quella italiana nel raffronto dello sviluppo delle diverse economie nazionali. Spesso ascoltiamo illustri rappresentanti dell’intellighenzia occidentale, oltre che tutta la pletora di politicanti al servizio dei padroni dell’economia, affermare che “la globalizzazione, nonostante qualche fisiologica controindicazione, ha portato ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione mondiale”. Ancora sentiamo dire che bisogna prendere esempio dalla capacità di sviluppo dell’economia cinese, tanto quanto da quella giapponese o indiana. Alla base di queste affermazioni vi sono, come al solito per ogni sistema fondato sull’accumulazione privata del capitale e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, delle considerazioni profonde che denotano lo stato dei rapporti di forza tra le classi sociali del Paese asiatico. Le condizioni in cui versano i lavoratori cinesi, nell’ambito dello sfruttamento capitalistico cui sono impunemente assoggettati, sono determinati da peculiarità talmente aberranti da far subito risaltare l’anacronismo storico oltre che sintattico che viene compiuto quando a questo sistema socio-economico si vuole etichettare lo status di “socialista”. Salari bassissimi, condizioni di lavoro disumane ed inaccettabili, assenza della copertura sociale, enormi rischi per la salute dei lavoratori; sono questi gli architravi su cui si staglia tutto l’impianto strutturale dell’economia cinese. Se a questo aggiungiamo che nell’arco degli ultimi anni si è proceduto alla riaffermazione, anche con specifici connotati ordinamentali, della proprietà privata a cui si sta accompagnando, proprio in questi mesi, la stesura di un nuovo codice civile che s’impianti sul concetto di “proprietà”, ben si comprende l’ormai completa restaurazione del capitalismo nel territorio cinese. Si osserva in Cina una marcata sperequazione sociale che, ponendosi in continuità con tutte le grandi realtà del capitalismo internazionale, riposa sullo sfruttamento disumano dei lavoratori salariati del Paese. In questo senso possiamo far nostre alcune oggettività note ma volutamente sottaciute in nome dei bassi interessi della “meretrice universale, la mezzana universale degli uomini e dei popoli” (1), cioè il denaro. A far da contraltare alla monumentalità dei profitti che le multinazionali macinano e continueranno a macinare in Cina anche grazie all’appuntamento olimpico, vi sono le miserevoli condizioni di lavoro e salariali dei soggetti subalterni. Un salario medio per un lavoratore cinese si aggira intorno agli 80 dollari, a cui si aggiungono le disumane condizioni di vita che li attendono una volta irrorata nei loro corpi la quotidiana razione di sfruttamento; basti pensare al tratto comune che caratterizza il modello abitativo cinese, per cui molti di questi salariati sono costretti, per l’esiguità delle loro retribuzioni e per l’esosità degli affitti, a dividere le abitazioni con una decina di persone in stabili fatiscenti ed igienicamente improponibili. Le condizioni per accrescere i profitti delle multinazionali ci sono tutte ed esse, non certamente così stolte da pensare che i loro investimenti nel Paese possano essere messi in pericolo da un fantomatico “orco comunista”, non si lasciano sfuggire le ghiotte occasioni per concretizzare questi presupposti. Non è un caso che, oltre a numerose multinazionali d’ogni tipo di industria, a trasferire gran parte delle proprie produzioni in Cina siano stati colossi come l’Adidas, la Puma e la Nike.
L’ipocrisia dell’imperialismo occidentale
Qualche mese fa fecero scalpore le minacce del presidente della repubblica francese Sarkozy secondo cui sarebbe stato posto in essere un boicottaggio nei confronti dell’apertura dei giochi olimpici se la Cina non avesse decretato la conclusione delle violenze sul popolo tibetano. Verrebbe da considerarlo un gesto significativo se solo non si conoscessero i reali rapporti che vigono tra la Francia (e con essa tutto l’occidente capitalistico ed industrializzato) e l’appetitoso mercato asiatico. Se Sarkozy, così come tutti i rappresentanti dei paesi occidentali, avesse davvero a cuore l’autodeterminazione dei popoli non si presterebbe certamente al ruolo di capofila dell’oppressione interimperialistica in Libano; così come se avesse l’obiettivo di appianare le ingiustizie sociali di un sistema economico che invece considera il migliore possibile, non attaccherebbe i diritti dei lavoratori del suo Paese e, soprattutto, non ne farebbe reprimere le sacrosante mobilitazioni che evidentemente questo stato di cose si porta in dote. Il presidente francese, così come tutti i rappresentanti degli stati occidentali, certamente non prepone agli interessi della propria economia particolari scrupoli di sorta quando debbono crearsi, proprio con la Cina in modo particolare, reticoli di affari ed intrecci macroeconomici.
(1): K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.




















