Partito di Alternativa Comunista

Il Sessantotto degli operai

Il Sessantotto degli operai

Un preludio all’autunno caldo del Sessantanove

 

Antonino Marceca

 

Il biennio rosso del 1968-69 si è inserito alla fine di un ciclo di espansione economica mondiale iniziato nel 1940 negli Usa e nel 1948 in Europa Occidentale e Giappone. Le industrie automobilistiche, degli elettrodomestici, degli armamenti erano i settori trainanti; l’impiego dell’elettronica, dell’automazione, l’organizzazione fordista-tayloristica del lavoro aveva determinato un forte aumento della produttività e del volume complessivo della produzione. Le nuove tecniche produttive avevano investito l’agricoltura, la distribuzione e i servizi. Il capitale si concentrava e le multinazionali determinavano una maggiore sincronizzazione e interdipendenza delle economie nazionali. Il surplus di forza lavoro agricola determinava negli anni ’50 e ’60 grandi fenomeni migratori interni ed esterni. Milioni di italiani, spagnoli, turchi, greci, jugoslavi, portoghesi, marocchini affluivano nel cuore industriale dell’Europa, alcuni milioni di messicani e portoricani affluivano negli Usa. In Italia l’esodo rurale assunse dimensioni considerevoli: dal 1950 al 1970 due milioni di lavoratori emigrarono all’estero, oltre tre milioni dal mezzogiorno verso il settentrione.

L’Italia alla fine degli anni ’60 era diventata uno dei paesi maggiormente industrializzati, nelle regioni meridionali la borghesia mafiosa si trasferiva dalle campagne alle città arricchendosi con la speculazione edilizia ed i traffici di stupefancenti. Nel Paese l’industria privata occupava un ruolo preminente, ma con un'alta percentuale di piccole e medie imprese; la creazione della Comunità economica europea (marzo 1957) e l’apertura delle frontiere determinava l’afflusso di capitali stranieri; il capitalismo di stato si rafforzava con le aziende statali e parastatali (Enel, Iri, Eni).

La struttura delle classi sociali aveva subito una profonda trasformazione: la classe operaia industriale in vent’anni era cresciuta in numeri assoluti (oltre 9 milioni) e in percentuali (47,8% della popolazione attiva), più concentrata nell’Italia settentrionale (52%). Mentre diminuivano le figure dei braccianti e della piccola borghesia tradizionale, aumentavano gli addetti all’industria, all’edilizia, al commercio, ai trasporti, ai servizi, gli impiegati e gli insegnanti.

L’automazione dei processi produttivi aveva profondamente cambiato la composizione di classe: nelle fabbriche veniva meno la figura dell’operaio specializzato, mentre aumentavano gli operai comuni e i tecnici; nei servizi il personale amministrativo era sottoposto al capoufficio, come gli operai al caporeparto. Di conseguenza le differenze salariali e normative tra operai ed impiegati tendevano a ridursi, mentre l’alienazione si diffondeva.

Nelle fabbriche, soprattutto in quelle piccole e medie, c’era una grande difficoltà a vedere riconosciuti i diritti sindacali, assenti erano i diritti politici, si lavorava duramente sotto una disciplina padronale di ferro, mancavano o erano carenti i servizi igienici e gli spogliatoi, i ritmi della catena di montaggio erano frenetici, si lavorava a cottimo e i premi erano a discrezione dell’azienda per aumentare la produttività; carente o assente era la prevenzione e la sicurezza nell’ambiente di lavoro, mentre i medici aziendali stavano dalla parte del padrone. Infine i profitti erano alti e i salari bassi. Nei quartieri, soprattutto delle città del Nord, mancavano le case popolari e gli affitti erano elevatissimi.

 

Le premesse dell’autunno caldo

 

I primi sintomi del cambio dei rapporti di forza tra le classi, la presenza di una nuova generazione operaia che subentrava a quella che aveva subito le sconfitte nel dopoguerra, si erano manifestate nel corso delle lotte per i rinnovi contrattuali del 1962. Quell’anno a Torino durante la vertenza dei metalmeccanici veniva assaltata e distrutta la sede della Uil in Piazza Statuto. La Uil e il Sida, sindacato padronale della Fiat, avevano firmato un accordo separato. Quei giovani operai furono accusati di estremismo e teppismo da parte della burocrazia sindacale della Cgil e dal gruppo dirigente stalinista del Pci. La pratica degli accordi separati continuò e con essi la lotta operaia a Milano, Genova, Napoli contro la firma degli accordi separati con l’Intersind (industrie pubbliche) e Confindustria. I contratti siglati nel 1962-1963 non portarono a sostanziali miglioramenti salariali e normativi. Nel corso della stagione contrattuale apertasi nel 1964-65 i sindacati Cgil, Cisl e Uil per la prima volta dalla scissione presentarono piattaforme unitarie. Le vertenze videro la scesa in lotta di metalmeccanici, braccianti, edili, chimici, alimentaristi. La combattività operaia rimase elevata per tutto il 1966 mentre emergevano nuove forme di lotta: scioperi spontanei a scacchiera e a singhiozzo (nella stessa giornata ripetute fermate, ora collettive, ora di reparto), i cortei interni. Il governo fece caricare gli operai dalla polizia a Milano, Roma, Napoli, Genova, Trieste. Proprio in occasione degli scioperi del 1966 si costituisce il primo organismo di democrazia proletaria: Il Consiglio di fabbrica alla Siemens di Milano sotto forma di “comitato di sciopero” composto da delegati di reparto. Nel 1968 proprio per l’insoddisfazione dei risultati ottenuti negli anni precedenti si verificava una diffusa mobilitazione a livello aziendale con richieste di forti aumenti salariali, contro il cottimo e i ritmi di lavoro, la nocività e la monetizzazione della salute, per la riduzione delle distinzioni professionali e per la loro unificazione nel gruppo omogeneo, per il diritto di assemblea retribuita.

Proprio nel corso di quelle vertenze, inizialmente alla Pirelli dove la mobilitazione coinvolgeva operai, tecnici e impiegati, naquero i Cub (Comitati unitari di base). Questi, che successivamente si estesero ad altre fabbriche soprattutto nell’Italia settentrionale, erano composti da avanguardie che si scontravano con le burocrazie sindacali ed esprimevano almeno all’inizio una forte spinta unitaria e combattiva. A Torino, alla Fiat, vennero eletti i primi delegati di linea e di reparto che avrebbero poi costituito il Consiglio di fabbrica. La scelta dei gruppi centristi di boicottare i Consigli di fabbrica attaverso la parola d’ordine nello stesso tempo estremista e movimentista “siamo tutti delegati” avrebbe agevolato l'azione di controllo della burocrazia sindacale e del Pci. In quell’anno le lotte interessarono le fabbriche di tutto il paese, dalla Pirelli alla Fiat, dalla S. Gobain di Pisa alla Montedison di Marghera, dalle Fucine Meridionali al Pignone sud di Bari anticipando le rivendicazioni egualitarie dell’autunno caldo del ‘69. Alla Marzotto, lanificio di Valdagno (Vi), dove regnava da sempre il paternalismo padronale, negli ultimi anni erano aumentati i ritmi, la nocività (rumore assordante, umidità dell’80%), mentre il cottimo era diventato irraggiungibile. Il sindacato proclamava una giornata di sciopero per chiedere la revisione dei tempi, il pagamento del cottimo, il miglioramento dell’ambiente di lavoro; il padronato rispondeva con la repressione dei carabinieri e dei celerini venuti da Padova. Mentre questi controllavano la piazza, gli operai legarono una fune attorno alla statua di Gaetano Marzotto posta davanti alla sua residenza e la tirarono giù; con essa quel 19 aprile 1968 crolla il paternalismo del Veneto bianco. Alla vertenza aperta dalla Cgil sulle pensioni si sommava la lotta per le abolizioni delle gabbie salariali, le sei fasce in cui era diviso il paese. Il 2 dicembre 1968 ad Avola, in Sicilia, la polizia uccise due braccianti, nello stesso mese si firmò l’accordo per il superamento delle gabbie nelle industrie statali. Mentre accanto alle lotte operaie emergevano le lotte popolari per la casa, i servizi sociali e sanitari.

 

 

 

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