La lotta delle donne
L’attacco alla 194 passa per l’attacco ai consultori
Pia Gigli
L’attacco al diritto delle donne ad accedere liberamente all’aborto che è iniziato fin dall’approvazione della legge 194 nel 1978, si è protratto con lente e continue insidie fino alle notevoli accelerazioni degli ultimi tempi. La testimonianza più eclatante è la recente e pesante criminalizzazione delle donne portata avanti dalla campagna antiabortista di Ferrara e dal fondamentalismo cattolico. Anche se trasversalmente nessuno sostiene di voler cambiare o abolire la 194, è palese il tentativo di renderla inefficace, sia dal punto di vista normativo attraverso linee guida, riforme, regolamenti ecc., ma soprattutto dal punto di vista della sua applicazione. Sul versante dei servizi si sta verificando una vera e propria inapplicabilità della legge 194 attraverso il crescente ricorso all’obiezione di coscienza di medici e personale paramedico, l’ingerenza per legge delle associazioni antiabortiste nelle strutture sanitarie pubbliche (auspicata trasversalmete da settori cattolici del centrodestra e del centrosinistra), il depotenziamento progressivo dei consultori pubblici, fino a proposte di riforma di questi tese ad eliminare la funzione per cui sono nati.
La legge 194/78 che ha legalizzato l'interruzione volontaria di gravidanza sottolinea il ruolo centrale del consultorio nella promozione della procreazione responsabile, dell'educazione sessuale e della prevenzione dell'aborto. I consultori familiari sono stati istituiti e regolati dalla legge n.405 del 1975 e sono stati inseriti nelle unità sanitarie locali dal 1980 con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Queste leggi, anche se entrambe frutto di compromesso politico, nacquero sulla spinta del movimento delle donne degli anni ’70 e del movimento operaio che avevano posto e rivendicato, proprio in quegli anni, l’esigenza di partire dalle condizioni sociali e lavorative per una nuova scienza ed una nuova medicina.
La concezione del consultorio che ne emergeva, come struttura di base territoriale a struttura multidisciplinare e orizzontale, aperta alla partecipazione delle donne, forse ha avuto una applicazione parziale soltanto nei primi anni, quando i consultori erano gestiti e frequentati da quegli operatori, operatrici ed utenti che avevano lottato per ottenerli.
In realtà il sistema sanitario nazionale è stato sempre avaro di finanziamenti per queste strutture; la demotivazione e dequalificazione degli operatori è alta; nessun investimento è stato fatto, ed oggi, con la scomparsa dello stato sociale, con i tagli ai servizi pubblici, con la loro privatizzazione e soprattutto a seguito della debolezza dei movimenti di lotta, i consultori sono suscettibili di scomparsa ed esposti agli attacchi di chi, considerandoli “abortifici”, intende abolirli a favore di “altri”consultori familiari, magari gestiti dai fondamentalisti “centri di aiuto alla vita”.
La previsione di legge di un consultorio ogni 20.000 abitanti non è mai stata realizzata, con una particolare penalizzazione per le regioni del sud. I dati degli ultimi anni ci dicono che i consultori pubblici diminuiscono, mentre aumentano quelli privati. Questi vengono comunque finanziati da fondi pubblici, finendo per essere favoriti in quanto possono scegliere quali prestazioni erogare (ad es. i consultori cattolici possono rifiutare i servizi contraccettivi a favore della mediazione familiare), mentre i pubblici sono obbligati per legge ad erogare tutte le prestazioni. A ciò si aggiunga la frequente presenza di organici insufficienti, incompleti e non stabili, la presenza di operatori che praticano l’obiezione di coscienza rispetto all’aborto e che rendono impossibile la certificazione necessaria per l’intervento, l’accesso, già consentito in alcune regioni, di volontari del movimento per la vita, con la funzione di disuadere le donne dall’interruzione di gravidanza.
L’attacco ai consultori dunque è una deliberata operazione di destrutturazione e di distruzione di un servizio pubblico, per poi affermare che non funziona, e infine darlo in pasto al mercato; è quel che avviene nella scuola, nei servizi, in altri settori della sanità e dell’assistenza.
“Riformare” la legge sui consultori è diventata negli ultimi anni un’esigenza sia di governi di centrodestra che di centrosinistra, fino alle ministre Turco e Bindi che hanno proclamato l’intoccabilità della legge 194, ma che hanno aperto ad una revisione del ruolo e della funzione dei consultori.
Solo un’alleanza tra i lavoratori e le lavoratrici dei consultori con i movimenti di donne organizzate, specialmente giovani donne e lavoratrici immigrate, possono sventare l’attacco complessivo alla 194 e ai consultori. E’ necessario rivendicare il giusto numero di strutture consultoriali e la loro funzione come presidi pubblici di base a difesa della salute riproduttiva delle donne sotto i loro controllo, il loro rapporto con le scuole, con i quartieri, con gli altri servizi del servizio sanitario; denunciare il personale obiettore e pretendere tempi certi e modalità non penalizzanti per l’interruzione volontaria di gravidanza; impedire convenzioni e accordi con privati e associazioni fondamentaliste cattoliche.




















