Partito di Alternativa Comunista

Dopo il referendum in Venezuela

Dopo il referendum in Venezuela

Le ragioni della sconfitta di Chávez e le prospettive per i lavoratori

 

Valerio Torre

 

Contrariamente alle previsioni, e a dispetto di un’impressionante macchina organizzativa e propagandistica messa in campo, il referendum sulla riforma costituzionale fortemente voluta da Hugo Chávez è stato sconfitto.

Oltre il 50% dei venezuelani ha bocciato il testo della riforma che, nelle intenzioni del regime chavista, avrebbe dovuto modificare la costituzione “bolivariana” del 1999, da un lato accentuando ancor di più il carattere bonapartista del governo Chávez, e dall’altro confermando e rafforzando invece l’impianto costituzionale esistente che, al di là degli altisonanti proclami, non è affatto antimperialista, ma è quello di una costituzione borghese.

 

Il progetto di Chávez

 

La riforma sottomessa al voto popolare, infatti, non solo non metteva in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione, consacrandola attraverso guarentigie costituzionali (articolo 115), ma sanciva che compito dello Stato doveva essere quello di “promuovere e sviluppare” (articolo 112) forme diverse di cogestione pubblico-privato.

Eppure Chávez andava propagandando che con questa nuova costituzione si sarebbe fatto un passo avanti verso il socialismo. Il piccolo problema è che il socialismo presuppone l’eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, non certo che lo Stato promuova l’impresa privata allo scopo di “ottenere una giusta distribuzione sociale della ricchezza” (articolo 299). Qualcuno dirà: ma la proposta di riforma prevedeva l’abbassamento della giornata lavorativa a 6 ore. Non è una misura “socialista” questa?

La domanda da porsi è un’altra. Come mai la borghesia non ha posto fra le ragioni a sostegno del NO questo provvedimento? Come mai non ne era spaventata? Certo che non lo era, se la diminuzione dell’orario lavorativo riguardava solo il settore pubblico, mentre per quello privato era demandata all’approvazione di una legge ordinaria! E poi, questa misura non era una novità: la Costituzione del 1999 già la prevedeva nelle identiche forme e mai in tanti anni una legge di regolamentazione è stata portata all’esame dell’Assemblea Nazionale. Ed inoltre, come mai le masse popolari hanno respinto una riforma “socialista” che prevedeva la giornata lavorativa di 6 ore se non perché hanno percepito che quello era solo il belletto di una riforma autoritaria?

La riforma, poi, non metteva in discussione la proprietà intellettuale ed i brevetti (così assicurando l’obiettivo che si poneva l’Alca), garantiva gli investimenti stranieri e rafforzava il ruolo delle “imprese miste” a proprietà pubblico-privata, in particolare nel settore dello sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, gas, ecc.).

 

L’accentuazione del carattere bonapartista del regime chavista

 

La riforma prevedeva una diminuzione dei diritti e l’aumento dell’ingerenza del governo nella vita sociale e politica del Venezuela. Ad esempio, i quorum per lo svolgimento dei vari referendum previsti dalle leggi venezuelane venivano sensibilmente ritoccati verso l’alto, rendendo così molto più difficile la partecipazione popolare. Veniva prevista la possibilità per il presidente di nominare quanti vicepresidenti si fossero resi necessari, il cui ambito di operatività era su base regionale: il che significava che si contemplava la possibilità di “commissariare” una regione il cui governatore potesse essere in contrasto col governo centrale oppure in cui il partito di maggioranza avesse perso le elezioni. La riforma disciplinava, inoltre, la possibilità di decretare Zone Militari Speciali con poteri d’urgenza per l’intervento dello Stato: mentre l’attuale costituzione impone che l’invio di truppe nazionali debba essere autorizzato dal governatore, nella bozza quest’autorizzazione era scomparsa.

Si prevedeva, ancora, la facoltà di proclamare lo stato d’emergenza senza dover rispettare – a differenza di quanto statuisce quella vigente – i “diritti umani intangibili” e la possibilità per il presidente di promuovere gli ufficiali delle forze armate in tutti i gradi e le gerarchie; e non, com’è oggi in vigore, solo a partire dal grado di colonnello.

Da ultimo, veniva introdotto un articolo che permetteva la rielezione indefinita del presidente. Ma questo criterio non si applicava ai governatori ed ai sindaci. In altri termini, avrebbe potuto utilizzarlo il solo Chávez. È evidente che questa misura era diretta non solo ai governatori espressione della destra, ma anche a quelli chavisti che si stanno dimostrando sempre più critici verso le misure fin qui adottate.

 

Come è maturata la sconfitta referendaria

 

Occorre interrogarsi seriamente sulle ragioni per cui nel referendum Chávez è stato sconfitto. Ed si deve partire da una constatazione: la sconfitta è maturata soprattutto in tante zone del paese che finora hanno incondizionatamente appoggiato Chávez, in un quadro generale per cui 3.000.000 di venezuelani che lo votarono nelle presidenziali del 2006 oggi non l’hanno fatto. Può mai questo risultato essere il prodotto della campagna elettorale portata avanti dalla destra reazionaria e golpista? Possono mai le masse popolari, quelle stesse che nel 2002 bloccarono il tentativo di golpe patrocinato dagli Usa, essere all’improvviso diventate “controrivoluzionarie”?

In realtà, il risultato referendario trova la sua spiegazione nel fatto che una crescente insoddisfazione sociale avanza nel paese; e nella consapevolezza, che via via è andata maturando in ampi settori popolari e dei lavoratori, che la riforma sottoposta al voto era fortemente autoritaria ed andava contro gli interessi delle masse.

Le masse popolari hanno progressivamente maturato, cioè, la coscienza per cui, al di là della retorica sul “socialismo del XXI secolo” il vero intento del governo era di “costituzionalizzare” un processo da tempo apertamente già in atto: il controllo e la repressione governativa sul movimento di massa. Hanno cioè compreso che la riforma costituzionale, in altri termini, costituiva l’altra faccia del progetto chavista di eliminazione di ogni forma di dissenso.

Così è stato, ad esempio, con la formazione del Psuv (Partito Socialista Unico del Venezuela) in cui debbono confluire tutte le organizzazioni politiche e sindacali di sinistra. L’opposizione ai disegni governativi si è manifestata con la netta contrarietà di correnti organizzate politiche e sindacali – subito bollate come “controrivoluzionarie” dallo stesso Chávez – a sciogliersi nel Psuv (che viene coscientemente visto come uno strumento di controllo di massa) e in una forte ondata di scioperi e lotte per i salari, le condizioni di lavoro e la conclusione dei contratti collettivi che da tempo non vengono rinnovati. Tali manifestazioni sono state totalmente occultate sia dai media governativi, sia dalla stampa “democratica” anche europea, che subisce il “fascino” del chavismo, e duramente represse dalle forze armate di Chávez.

 

… e adesso?

 

È ovvio che la polarizzazione tipica dello strumento referendario ha avuto come conseguenza che sul NO alla riforma costituzionale siano confluiti anche i voti della destra golpista ed eterodiretta dagli Usa. Ma ciò non toglie che una consistente fetta dell’opposizione ad una riforma – che prevedeva di rafforzare il carattere borghese dello stato venezuelano accentuando il carattere bonapartista del governo fornendolo di strumenti “costituzionali” per reprimere e controllare il movimento di massa – sia stata quella operaia e popolare che, soprattutto in questi ultimi mesi, è ripetutamente scesa in piazza per manifestare contro la politica del governo Chávez.

Ora che Chávez ha incassato l’inattesa sconfitta, in Venezuela si apre una nuova fase: il risultato referendario rappresenta per le masse popolari un indubbio risultato positivo. Tuttavia, la loro prospettiva non è e non può essere quella di restare invischiate in un’esperienza nazionalista borghese, qual è quella chavista, e nella ragnatela che essa ha tessuto e continua a tessere con l’imperialismo capitalista. I lavoratori dovranno – nel momento in cui, forti dell’acquisito risultato referendario, oseranno scontrarsi frontalmente con lo stesso Chávez – comprendere i limiti insuperabili delle politiche di compromesso contrapponendovi la costruzione di un forte partito operaio rivoluzionario indipendente che costituisca l’avanguardia operaia rivoluzionaria su cui, a partire dal Venezuela, costruire l’unità socialista dell’America Latina.

 

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