Guevara e la sua riscoperta del marxismo
Una lettera di Roberto Massari a Progetto Comunista
Cari compagni della redazione
di Progetto Comunista, ho letto con interesse e con piacere
l'articolo di Francesco Ricci - "Il Che: un rivoluzionario incorruttibile" -
pubblicato sul n. scorso del vostro giornale.
L'interesse è determinato dal
fatto che non si finisce mai d'imparare nel vedere come le varie correnti
politiche possono guardare alla figura del Che, indicando pregi ed errori ai
quali magari non si era mai pensato per semplice pigrizia mentale o anche
perché il passare del tempo, più che sclerotizzare, cementifica le certezze in
chi determinati interrogativi se li è posti magari quando il Che era ancora in
vita (nel mio caso dal 1966) o subito dopo la sua morte, vale a dire quando
iniziò la grande opera di rimozione. Devo anzi dirvi che, avendo ricevuto un
bellissimo testo da uno studioso libertario - "Riflessioni di un comunista
anarchico su Ernesto Guevara", di Pier Francesco Zarcone - ho deciso non solo
di pubblicare questo breve saggio sul prossimo numero (7) di Che Guevara.
Quaderni della Fondazione, ma anche di sollecitare analoghi contributi da
altre correnti politiche, anche se possono aver nutrito verso Guevara critiche
severe o vera e propria ostilità.
Quest'ultimo non è il caso
vostro, e sarò comunque ben lieto di riprodurre il vostro articolo sul prossimo
Quaderno, nella sezione Interventi.
Il piacere, invece, deriva dal fatto che l'articolo di Ricci
denota grande rispetto e stima verso la figura di Guevara, già a partire dal
titolo: "Il Che: un rivoluzionario incorruttibile" - che ammetterete, con i
tempi che corrono, non è cosa da poco. Vi sono poi i tre punti in cui si
rimarcano le "somiglianze" tra il pensiero politico di Guevara e il marxismo
rivoluzionario, tra le quali - accanto al riconoscimento del suo
antielettoralismo e del suo organico internazionalismo - spicca il
riconoscimento della coincidenza della sua prospettiva politica con i princìpi
della rivoluzione permanente. È un'ammissione importante, anzi importantissima,
non solo rispetto alla teoria tappista dei Pc latinoamericani (e del resto del
mondo) come fate notare voi stessi, ma anche rispetto a tutte quelle tendenze
pseudoleniniste dogmatiche o trotskoidi di varia deformazione che, a tutt'oggi,
la teoria della rivoluzione permanente nella sua sostanza dialettica e nella
sua attualissima applicabilità, non l'hanno capita né in teoria né
istintivamente nella pratica o non l'hanno voluta capire.
C'è infine un quarto punto di
somiglianza che è sparso nel testo e affiora qua e là (e che considero oggi
politicamente cruciale visto che in Italia una ben precisa corrente di "filocubani"
nostalgici dello stalinismo - Pdci, ex Ernesto e Rete dei comunisti - sta
cercando di camuffare questo aspetto del pensiero del Che, con grande impegno
ma anche con grande disonestà intellettuale): è la critica di Guevara ai paesi
presunti "socialisti" che egli, alla fine della sua troppo breve vita,
considerava avviati verso il capitalismo e di fatto già "complici
dell'imperialismo". È vero, non era ancora la comprensione storicamente fondata
della dinamica dello stalinismo, ma anche voi riconoscete che dalle passate
simpatie staliniste il Che si era nettamente differenziato e che, attraverso lo
studio di Trotsky, si stava avvicinando a posizioni di rigetto della burocrazia
in quanto casta controrivoluzionaria. Il "si stava avvicinando" non significa
che ci fosse arrivato, ma indica pur sempre una linea di tendenza nel suo
orientamento politico. Un orientamento che, nella Dichiarazione programmatica
della Fmr (testo fondamentale della nostra tendenza internazionale, scritto nel
1975, ma poi discusso ed emendato fino alla sua definitiva pubblicazione su La
Classe e su altre riviste all'estero), definii/definimmo come "centrismo di
sinistra" (apparve su La Classe n. 31-32/1980, ma tra breve lo potrete
leggere nel quarto volume dei miei scritti inediti, attualmente in stampa):
"All'interno della direzione
fidelista è infatti esistita anche una tale tendenza centrista di sinistra,
in via di organizzazione e popolarissima tra le masse, che aveva tratto alcuni
primi importanti insegnamenti dal processo di rivoluzione permanente in America
latina e dall'esperienza economica degli Stati operai burocratizzati; disposta
a sacrificare in parte gli interessi nazionali di Cuba per quelli
internazionali del movimento operaio; di formazione culturale antiburocratica e
antistalinista; incapace di offrire alternative reali, ma conquistabile
concretamente da parte di un'organizzazione internazionale rivoluzionaria che
invece di adattarsi alle sue debolezze, le avesse combattute fraternamente. Per
le masse lavoratrici latinoamericane e di buona parte del resto del mondo non
vi sono stati dubbi sul fatto che il massimo esponente di questa corrente soggettivamente
rivoluzionaria è stato Ernesto Che Guevara, insieme ai suoi compagni morti
combattendo per una concezione errata di rivoluzione socialista e
internazionalistica. Dal 1968 tale corrente non esiste più ed è scomparsa (in vari
e in parte oscuri modi) dalla scena politica cubana".
Penso che più chiari non si
potrebbe essere. Qualcosa di analogo e più sbrigativo, del resto, lo avevo
scritto - sempre in La Classe - nell'articolo di commemorazione per il
decennale della morte (ottobre 1977).
E ciò ci porta alla critica
fraterna nei miei confronti che compare nell'articolo, là dove Ricci mi colloca
tra coloro che "vedono nel guevarismo uno sviluppo del marxismo (è il caso dei
testi - comunque utili - di Roberto Massari)". E poiché in un'apposita finestra
bibliografica si cita con stima la mia principale opera sull'argomento (Che
Guevara. Pensiero e politica dell'utopia, 1987/1994), viene il dubbio che
tale opera sia stata fraintesa in una parte specifica che tra breve citerò.
Premetto che per me non è mai questione della singola frase
o citazione per dimostrare un orientamento di pensiero. Proprio per questo me
la sento di poter dire che in tutto il volume non si fa altro che dimostrare
che il Che passò la sua vita a riscoprire Marx (compreso il giovane Marx), che
non lesse affatto la letteratura del "comunismo di sinistra" europeo, che si
avvicinava a Trotsky, ma non ci arrivò a farlo suo (per morte in combattimento
e non per morte in vecchiaia), che era un autentico autodidatta anche se su di
lui ebbero un'enorme influenza culturale due donne: la madre, per tutta la
vita, e la prima moglie Hilda Gadea. E a un punto importante del libro (p.
144), dopo aver riassunto più o meno le cose qui ricordate, dopo aver detto che
ci rimane la curiosità di sapere cosa sarebbe venuto fuori da un confronto del
marxismo guevariano col freudismo, coi dati della moderna antropologia, con i
nuovi sviluppi scientifici del pensiero umano, si afferma chiaramente l'idea
che ho sempre avuto in testa e che credo di aver esposto in tutte le mie opere
sul Che:
"È difficile stabilire che cosa
sarebbe potuto nascere da simili esperienze culturali, col passare degli anni e
mentre si dipanava una serie di processi storici contemporanei, sui quali
l'attenzione di Guevara era fortemente concentrata . Possiamo invece affermare
con relativa certezza che da quella eventuale riflessione difficilmente
sarebbero potuti scaturire dei contributi guevariani significativi per un
arricchimento della strumentazione più propriamente metodologica conoscitiva
del marxismo. La sua non era una mente speculativa, nel senso di una
naturale predisposizione all'indagine dei fondamenti gnoseologici di una
determinata teoria. Né s'era ancora mai sviluppata in lui la capacità di
elaborazione ‘minuziosa', mattone su mattone, delle strutture del discorso
teorico, fino ad arrivare alla costruzione di un universo di discorso, vale a
dire di quell'edificio sistematico della ‘grande generalizzazione', cui si può
poi anche dare il nome di ‘nuova acquisizione teorica'".
Spero che il chiarimento sia utile a tutti e che sulla base
di ciò che ci accomuna (ben più importante di ciò che ci divide) nella
valutazione positiva dell'opera del Che si possa realizzare nel futuro una
collaborazione concreta su tale tema. Vi parlo come presidente della Fondazione
Guevara, ma anche come esponente di Utopia rossa.
Hasta la victoria,
Roberto Massari
Caro Roberto, registriamo volentieri le tue precisazioni
e siamo disponibili a organizzare, magari anche nelle prossime settimane, nei
giorni dell'anniversario della morte del Che, iniziative comuni di dibattito.
Specie perché, di là dallo spessore delle differenze politiche e teoriche tra
noi, riteniamo che i tuoi testi su Guevara, a partire dalla biografia, siano un
punto di riferimento di grande importanza per chi è interessato a una lettura
marxista di Guevara.
Così pure, le differenze che ci sono tra il nostro
partito e Utopia Rossa su questioni tattiche e strategiche non ci ha impedito
di valorizzare, come sai, anche negli scorsi mesi nel dibattito del movimento no
war, i punti di contatto e, quando possibile, di collaborazione.
Saluti comunisti,
Francesco Ricci




















