Cesare Battisti
Un "caso letterario" e un "caso giudiziario"
Alberto Cacciatore
"Nego totalmente i fatti specifici di cui mi si accusa e per i quali mi hanno condannato. Me ne assumo la responsabilità collettiva, come dovrebbe fare ogni uomo degno di questo nome implicato in un dramma sociale di portata così vasta. Posso forse giudicare me stesso sventato, a quell'epoca, ma questo non mi dà il diritto di dimenticare il contesto politico e sociale che alimentò la mia sventatezza". (Cesare Battisti)
"Gli pongo, senza indugi, la domanda che mi brucia le labbra fin dalla mia partenza da Parigi: è stato detto che, al momento del suo arresto, fosse pedinato da parecchi mesi dalle polizie brasiliana e, probabilmente, francese. È vero? «Sì. Da un anno, credo. Affittavo un appartamento e loro affittavano l'appartamento di sopra. Andavo al ristorante e loro avevano prenotato il tavolo accanto al mio. Andavo in bagno e li vedevo, sospesi in un'imbracatura, che si dondolavano nel vuoto davanti alla mia finestra. Cambiavo città, Stato, facevo migliaia di chilometri in questo Paese quindici volte più grande della Francia ed ogni volta erano lì; ogni volta li ritrovavo; talora si accontentavano di seguirmi, di sfidarmi, di osservarmi da lontano; talora venivano, in piena notte, a suonare o a bussare alla mia porta e, quando andavo ad aprire, naturalmente non c'era nessuno... Dopo un po' c'è da impazzire. Ti chiedi se non stai sognando; se non sei tu che li stai pedinando; se non sei diventato completamente paranoico e, in effetti, un po' lo diventi»."
Così inizia l'intervista - pubblicata sul Corriere della Sera il 15 maggio scorso - del filosofo francese Bernard-Henry Lévy a Cesare Battisti. Li separa un vetro blindato del carcere di alta sicurezza della periferia di Brasilia dove Battisti è rinchiuso dopo il suo arresto avvenuto a Rio de Janeiro il 18 marzo. La conversazione non è facile - scrive Lévy - perché sono obbligati a parlarsi attraverso una sorta di telefono e gli altri visitatori procedono allo stesso modo con gli altri detenuti e il tutto provoca un terribile fracasso.
Potrebbe essere l'incipit o l'epilogo di uno dei romanzi noir dello scrittore Battisti: l'arresto "provvisorio" di un fuggiasco. Sì, perché si tratta di uno scrittore - apprezzato in Francia e lì pubblicato da prestigiose case editrici - e non del pluriomicida terrorista rosso raccontato dalla stampa italiana che, all'indomani del suo arresto, riportava le dichiarazione di soddisfazione di Prodi, Mastella e Amato e l'auspicio del governo di una veloce estradizione.
Anche in questo caso il governo Prodi agisce in piena continuità col precedente governo Berlusconi che nel 2004 aveva richiesto l'estradizione dalla Francia di Battisti, quanto l'allora governo di centrodestra aveva dichiarato "scaduta" la cosiddetta "Dottrina Mitterand" del 1985 che aveva garantito diritto d'asilo - in cambio della rinuncia alla clandestinità e alla violenza politica - ai militanti protagonisti delle lotte sociali e politiche degli anni '70, in fuga dal sistema repressivo instauratosi in Italia.
In Francia come già nel 2004 e adesso anche in Brasile intellettuali, giuristi, organizzazioni politiche, semplici cittadini sono impegnati in una campagna contro l'estradizione, per l'immediata liberazione e la concessione dell'asilo politico in Brasile a Battisti: condannato all'ergastolo in contumacia, senza possibilità di difesa, sulla base delle confessioni di un "pentito" e della legislazione di emergenza, accusato di quattro omicidi - ai quali si è sempre dichiarato estraneo - rivendicati dall'organizzazione Proletari armati del Comunismo nella quale militava e dalla quale si allontanò dopo poco più di un anno, considerando ormai la lotta armata "una via senza uscita". In Italia c'è stato solo il flebile balbettio di qualche esponente della cosiddetta "sinistra radicale" invocante l'amnistia per chiudere con gli "anni di piombo".
"Una narrativa che nasce dalla carne"
Così Battisti definisce la sua scrittura nelle dichiarazioni - in appendice al romanzo L'orma rossa (1999) - che l'editore Einaudi tagliò pesantemente ogni volta che vi si faceva riferimento alle responsabilità del Pci nella creazione del clima della "emergenza". Riportiamo ciò che dice lo stesso Battisti nella versione integrale. Dopo il suo primo romanzo, Travestito da uomo... per non essere niente (1992), nel quale "il protagonista si dibatte per sopravvivere al purgatorio degli esiliati italiani a Parigi", Battisti si è detto "potrei tentare di spingermi oltre, di risalire ancora un po' il tempo per gettare uno sguardo a un passato meno recente. E un libro dopo l'altro, mi sono ritrovato improvvisamente sulla soglia degli anni Settanta. Non mi restava altro che avventurarmi in quel deserto di menzogne dove brillavano le ossa di altri incauti. Non ci tenevo a fare la stessa fine, allora mi sono inventato una favola, un pretesto psicologico che mi liberasse dalla tara ideologica. Solo inseguendo la fantasia potevo ricostruirmi un passato ricco di dettagli tragico-umoristici; un passato che, se anche fosse appartenuto alla vita di un altro, non sarebbe stato meno reale del mio. In questo modo avevo pensato di avere il personaggio biografico ideale. Non dovevo fare altro che allineare narrativamente immagini reali, e inserirle nella storia per flash disordinati, purché profondamente nitidi e genuini, in modo da tessere il filo dei miei anni Settanta. Il risultato si chiama L'ultimo sparo. Un delinquente comune nella guerriglia italiana (1998). Né autobiografia né fiction, ma ricerca del reale in cui raramente si va nella direzione di quel che ci si aspetta. Perché nella vita vera le reazioni sono sempre insensate, assurde, talora raccapriccianti". L'ombra rossa dice Battisti è "un altro passo a ritroso, un ulteriore tentativo di capire cosa mi/ci era successo negli anni Settanta, che pure avevo vissuto da protagonista. Venendo da una famiglia religiosamente comunista mi sentivo autorizzato a rovistare tra i panni sporchi del Pci. Al Pci rimprovero l'ambiguità calcolata, la lingua biforcuta con cui da un lato alimentava i sogni di tutti gli sfruttati, spesso mandandoli al massacro, e dall'altro si riproduceva come partito di potere intento a spartirsi la torta con la Democrazia Cristiana. Del Pci detesto l'anima stalinista, complottista e persecutrice che già durante la seconda guerra mondiale giocò un ruolo di primo piano nella vigliacca distribuzione politica dei popoli europei". Infine sulla scelta del romanzo noir Battisti dice: "come i miei protagonisti, io stesso sono un fuggitivo. Fuggo il buco nero della società, con le sue norme, l'arroganza, l'odio. Perciò i miei eroi fuggono, e all'arrivo c'è sempre la prigione o la morte, che è la stessa cosa. Il romanzo nero è sicuramente il genere che più mi permette di riprodurre la mia personalità e quindi le mie inquietudini, presentare delle situazioni tali e quali senza troppi fronzoli letterari. Nello stesso tempo è uno sfogo, un modo per anestetizzare la voglia d'azione che non mi abbandona mai".
Per approfondire:
AA.VV. Il caso Battisti (NdA Press, 2004)




















