Partito di Alternativa Comunista

Cuba rivoluzionaria?

Cuba rivoluzionaria?

Salvare la rivoluzione costruendo una direzione rivoluzionaria

 

Valerio Torre

 

Cuba - e l’esperienza rivoluzionaria cubana - costituiscono da sempre un’occasione di dibattito politico: periodicamente, soprattutto nel campo della sinistra (ma non solo), si riapre la discussione sul paese caraibico. Anche recentemente, ad esempio, su Liberazione[1], un reportage critico sul regime castrista ha determinato un feroce confronto nel Prc che in realtà sottende ben altre questioni sulle quali però non intendiamo affatto soffermarci in questa sede.

La verità è che la peculiarità di quell’esperienza, la natura dello stato cubano, l’incertezza sul futuro del regime, il tutto condito da una certa mitologia romantica sulla figura del “Che”, costituiscono argomenti che si accavallano in analisi che non sono condotte con il metodo e gli strumenti del marxismo rivoluzionario.

 

La natura della rivoluzione cubana

 

La rivoluzione cubana è probabilmente stata l’avvenimento più importante della storia dell’America Latina. Per la prima volta, infatti, il continente latinoamericano ha visto trionfare una rivoluzione che spazzò via la classe dominante dando luogo, seppur fra molteplici contraddizioni, ad uno stato operaio, benché burocratizzato. Per di più, essa è apparsa sempre come un esempio per gli altri moti rivoluzionari sudamericani di matrice operaia e socialista, anche perché è stata l’unica che è ancora oggi al potere.

Quella cubana non nacque come una rivoluzione socialista. Essa fu, invece, una rivoluzione “democratica” per liberare l’isola dalla feroce dittatura di Fulgencio Batista: lo stesso Ernesto “Che” Guevara sosteneva che Fidel Castro non fosse comunista, definendolo, invece, un “rivoluzionario nazionalista”.

Il “carattere socialista” della rivoluzione fu proclamato da Castro solo successivamente alla presa del potere, allorquando - soprattutto per fronteggiare le pressioni imperialistiche e del grande capitale - furono prese misure sempre più radicali, fino ad arrivare all’esproprio dei capitalisti. Nel farlo, Castro intendeva ottenere l’appoggio politico, diplomatico e militare dell’Urss, vista la sua condizione di isolamento. E l’Unione Sovietica non poteva perdere l’occasione di concederlo pur di mettere una spina nel fianco degli Stati Uniti: la qual cosa, però, si poneva in oggettiva contraddizione con la dottrina tipicamente staliniana della coesistenza pacifica e della via pacifica e parlamentare al socialismo.

La rivoluzione cubana andava smentendo l’assunto per cui in America Latina - e, per di più, a ridosso degli Usa - non erano possibili rivoluzioni a carattere operaio e socialista. Contemporaneamente, però, essa dimostrava i vantaggi dell’economia pianificata e centralizzata: la miseria, l’analfabetismo, la mortalità infantile e le malattie endemiche, vennero in breve sconfitti e Cuba conobbe uno sviluppo delle forze produttive superiore a quello dei paesi che erano nelle sue stesse condizioni nel 1959: tanto che nei primi anni della rivoluzione, nonostante il bloqueo[2], le condizioni di vita dei lavoratori cubani migliorarono notevolmente.

 

Un malinteso internazionalismo rivoluzionario

 

La rivoluzione cubana contagiò presto il continente latinoamericano, estendendosi dapprima nella Repubblica dominicana fino, al termine degli anni ’70, in Nicaragua. Grande parte di questo fenomeno ebbe la teorizzazione della guerra di guerriglia, del “fochismo” (el foco guerrillero), con cui il “Che”[3] pensava di creare le condizioni favorevoli alla rivoluzione laddove non ve n’erano.

In realtà, dietro quest’elaborazione non stava affatto un internazionalismo rivoluzionario inteso nel senso della creazione di una direzione internazionale rivoluzionaria. Al contrario! Il fochismo eliminava completamente l’esigenza di quella direzione sostituendo il ruolo del partito secondo la concezione leninista con il ruolo di un gruppo di “eroi” votati al sacrificio. In questo senso, secondo Guevara, la guerriglia doveva avere un ruolo preminente e dirigere essa stessa - e non esserne diretta - il partito: una visione, è evidente, “militare” di una strategia politica rivoluzionaria.

È chiaro che processi rivoluzionari privi di una vera direzione non potevano, come poi è accaduto, che rifluire, e non è questa la sede per affrontare da un punto di vista teorico quest’aspetto. Eppure, al di là dei limiti di tale visione, soprattutto il Centroamerica fu attraversato da quei processi rivoluzionari.

Il fatto è che - e qui sta una delle contraddizioni dell’esperienza cubana (e del suo regime) - da un lato la direzione castrista spingeva perché altre rivoluzioni nell’America Latina sorgessero; dall’altro ne frenava lo sviluppo. Il primo aspetto si spiega con una visone dei fenomeni rivoluzionari in chiave “nazionalista”: in altri termini, Castro utilizzava quelle spontanee dinamiche rivoluzionarie in funzione di difesa della “propria” rivoluzione: le spingeva su un terreno “fochista”, invece che indirizzarle verso la classe operaia. Disseminava il continente di “fuochi guerriglieri” a difesa del proprio regime per poi - e questo va a spiegare l’altro capo della contraddizione - sacrificarli sull’altare della coesistenza pacifica con l’imperialismo (teoria che, in forza del profondo legame economico e politico - al limite della sudditanza - con la burocrazia sovietica, aveva completamente introiettato).

Un esempio in questo senso fu la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Gli Usa pretesero un accordo con l’ormai agonizzante burocrazia sovietica per contenere la rivoluzione centroamericana e l’Urss chiese a Castro di non appoggiare i processi rivoluzionari per stabilizzare pacificamente la situazione nel continente. E Castro intervenne direttamente presso i sandinisti chiedendo di non procedere all’esproprio dei capitalisti e di mantenere la proprietà privata in Nicaragua. Anzi, pubblicamente dichiarò che, se gli fosse stato possibile tornare indietro, avrebbe limitato la rivoluzione cubana e non avrebbe espropriato completamente la borghesia.

Questa “linea” ha avuto l’effetto di disarmare tutti i processi rivoluzionari centroamericani: sullo sfondo, l’esigenza della direzione castrista di un quadro generale di accordo di pace nella regione entro cui rinegoziare un accordo più generale con l’imperialismo e la borghesia per rivedere le condizioni del debito estero, cresciuto rapidamente e diventato via via più insostenibile (6,5 miliardi di dollari nel 1987). Non a caso, lo stesso Castro già nel 1986 dichiarava che non c’erano (e non vi sarebbero state per almeno cinquant’anni) le condizioni per una rivoluzione socialista in America Latina, per cui la priorità era favorire la nascita di regimi democratici d’intesa con le borghesie progressiste latinoamericane.

 

Dalla dissoluzione dello stato operaio alla restaurazione del capitalismo

 

Su questa “base politica” è iniziato il processo di dissoluzione dello stato operaio burocratizzato cubano, in particolare con la larghissima apertura ai capitali privati stranieri, per sviluppare la quale il castrismo introdusse tutta una serie di modifiche legislative per costruire un quadro giuridico compatibile con una così penetrante “rivoluzione” nei rapporti economici (riforma della Costituzione, privatizzazioni previste per legge, possibilità di detenere e commerciare moneta straniera, intervento sempre più ampio del capitale straniero cui erano assicurati eccezionali vantaggi fiscali ed il controllo della direzione delle imprese, liquidazione del monopolio dello Stato nel commercio estero).

È dal finire degli anni ’70 che a Cuba sono cominciate una ad una le concessioni al capitalismo: dapprima più sporadicamente, poi sempre più regolarmente. Finché, negli anni ’90, venne abbattuto il pilastro della proprietà statale dei principali mezzi di produzione. Da quel momento, tutti i settori produttivi del paese sono stati messi nelle mani del capitale estero, la cui presenza cresce ad un ritmo impetuoso. Gli imperialismi di Spagna, Canada, Italia e Francia dominano sull’isola. Sicché, non essendovi neppure le minime condizioni per ritenere che a Cuba vi sia almeno un’economia “non-capitalista”, non può che concludersi che il capitalismo è stato interamente restaurato. E questa restaurazione è stata compiuta proprio dal regime castrista, che infatti oggi non è più oggetto dei tentativi di destabilizzazione da parte degli Usa, che esercitano invece sul governo cubano solo una pressione perché il processo continui senza sobbalzi sociali. Certo: questo determina la contraddizione per cui la restaurazione del capitalismo avviene non direttamente per mano dell’imperialismo nordamericano e di quello europeo. Ed è esattamente questa la ragione per cui essi non intendono abbattere il governo cubano, che, opportunamente sottoposto a pressione, può gestire questa delicata fase senza che si sviluppino dinamiche di massa potenzialmente ostative per questo processo. O, almeno, questo è l’auspicio dell’imperialismo.

 

Il ruolo della direzione castrista ed il valore della rivoluzione cubana per la costruzione della direzione rivoluzionaria

 

Si andrà dunque - dopo che nei fatti ciò è già accaduto - verso la liquidazione della mitologia romantica di Cuba e della sua rivoluzione? Oppure le masse popolari cubane, che già stanno soffrendo gli effetti nefasti di questa restaurazione, decideranno di prendere il proprio destino nelle loro stesse mani e lotteranno sia contro la burocrazia castrista che contro l’imperialismo?

Molto dipende dalla costruzione di una direzione rivoluzionaria a livello di tutto il continente latinoamericano che sappia intervenire nelle contraddizioni che già oggi si stanno amplificando nella società cubana: è quanto la Lit-Ci sta cercando di fare. È un obiettivo imprescindibile se non si vogliono disperdere le potenzialità progressive che la rivoluzione cubana ha avuto per i rivoluzionari del Sud America e di tutto il mondo, al di là dell’oggettivo ruolo negativo per l’avanguardia rivoluzionaria svolto dalla direzione castrista in tutti questi anni.



[1] L’edizione del 30 maggio scorso del quotidiano del Prc ha pubblicato un articolo a firma A. Nocioni dal titolo: “Cuba, si salvi chi può … i giovani sognano la fuga”, che ha scatenato un putiferio nel già travagliato partito di Giordano, con lettere di aspra critica sia di militanti che di dirigenti alla linea editoriale, difesa invece - oltre che dal direttore Sansonetti - dall’onorevole pasdaran bertinottiana Rina Gagliardi. È stato perfino promosso un sit-in sotto la redazione da parte di militanti che gridavano al tradimento del giornale per l’abbandono della difesa di Cuba!

[2] Il blocco economico statunitense disposto dagli Usa a partire dal 1962.

[3] Ernesto “Che” Guevara, La guerra di guerriglia.

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