Uno sguardo alle ultime fusioni bancarie
Le maxi fusioni sconvolgono gli equilibri interni alla borghesia
Riccardo Rossi
Lenin, alla vigilia della prima
guerra mondiale, descrive l'evolversi del ruolo delle banche nella fase
imperialistica del capitalismo: "La fondamentale e originaria funzione delle
banche consiste nel servire da intermediario nei pagamenti trasformando il
capitale liquido inattivo in capitale attivo, raccogliendo tutte le rendite in
denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti. Man mano che le banche si
sviluppano e si concentrano si trasformano in monopoliste, disponendo di quasi
tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e i piccoli industriali, e
così pure della massima parte dei mezzi di produzione" e, proseguendo, "In luogo
dei capitalisti separati sorge un unico capitalista collettivo (...) Ne risulta
che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e
commerciali dell'intera società capitalistica, giacché, mediante i loro
rapporti bancari, conti correnti ed altre operazioni finanziarie, conseguono la
possibilità di essere perfettamente informati sull'andamento degli affari dei
singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando
o restringendo il credito, facilitandolo o ostacolandolo e infine di deciderne
completamente la sorte sottraendo loro il capitale o dando loro la possibilità
di aumentarlo rapidamente"(1).
In tutto il mondo, la
concentrazione del sistema bancario, attraverso acquisizioni e fusioni, ha
avuto un'accelerazione negli ultimi dieci anni. Il fenomeno della
globalizzazione, procedendo con l'integrazione delle economie mondiali e
intensificando gli scambi commerciali tra i paesi, realizza in definitiva un
mercato mondiale sempre più esteso ed integrato e per potervi competere occorrono
quantità di capitali enormi. La crescita dimensionale delle banche è dettata
dalle necessità imposte dalla concorrenza, forza coercitiva agente nella fase
imperialistica del capitalismo su scala mondiale.
La Banca d'Italia "accetta la sfida del mercato"
Anche in Italia tale fenomeno è
esploso in tutta la sua virulenza. Dopo il fallito tentativo dell'ex governatore
della Banca d'Italia Fazio di governare a vantaggio di una parte della
borghesia italiana il processo d'aggregazione in atto in Europa, processo che
ha portato la Bnl
e l'Antonveneta ad essere acquisite rispettivamente dalla francese Bnp Paribas
e dall'olandese Abn Amro, è risultato chiaro il mutamento di indirizzo. Mario
Draghi, governatore succeduto a Fazio, ha infatti dato il via libera alle
fusioni bancarie dapprima abolendo l'obbligo di comunicare preventivamente alla
Banca d'Italia l'intenzione di acquisire il controllo di una banca ed in
seguito puntando alla crescita "abbandonando i campanilismi del passato, accettando
la sfida del mercato", come da egli stesso dichiarato nelle considerazioni
finali del 31 maggio scorso.
E' in tale clima di mutamento che
in Italia avvengono le due maxi fusioni: dapprima quella di Banca Intesa con
Sanpaolo Imi, realizzando una nuova banca con un attivo di bilancio totale di
577 mld di euro (undicesima banca europea per attivo) ed alla fine di maggio
con l'acquisizione di Capitalia da parte di Unicredito; la nuova Unicredito
(che in precedenza aveva acquisito la tedesca Hvb) è ora un colosso da più di
1000 mld di attivo totale, terza banca europea con 100 mld di euro di
capitalizzazione, più di 7400 sportelli, 142000 dipendenti e 35 milioni di
clienti in Europa. Una banca la cui "trazione europea" può essere meglio
compresa analizzando la provenienza dei ricavi: il 36% dei ricavi ed il 25% dei
dipendenti è in Italia, il 21% nei paesi dell'Europa centrale e dell'Est, il
12% in Germania, il 12% in Austria, il 9% in Polonia ed il 10% su altri
mercati.
L'operazione Unicredito-Capitalia
è stata innescata da una serie di avvenimenti apparentemente non connessi. In
Europa l'inglese Barclays propone una fusione all'olandese Abn Amro valutandola
64 mld di euro. A questo punto una cordata formata da Royal Bank of Scotland,
Fortis e Santander rilancia con un'offerta da 71 mld di euro. Abn Amro possiede
circa il 9% di Capitalia che a sua volta è uno dei principali azionisti di
Mediobanca primo azionista delle Assicurazioni Generali. Mettere le mani su Abn
significa quindi scardinare la sala di controllo del capitalismo italiano.
La concomitante vittoria in
Francia di Sarkozy metteva fine, probabilmente solo per poco, al dialogo tra Unicredito
e Société Générale e così a quel punto, in un paio di settimane, l'affare
Unicredito - Capitalia è andato in porto consentendo di diluire al 2% la quota di
Abn nella nuova banca.
Gli effetti della fusione Unicredito - Capitalia
Tale fusione se da un lato
salvaguarda gli "interessi nazionali", blindando gli assetti di Mediobanca e
Generali, d'altra parte muta gli equilibri interni della borghesia italiana. Bazoli,
presidente del colosso Banca Intesa - San Paolo, insorge vedendo accrescere al
18% la quota della nuova Unicredit in Mediobanca, divenendo Unicredit così il
primo azionista di Generali; e reagisce acquisendo sul mercato il 4% di
Unicredit, investendo quasi 4 mld di euro. Una battaglia feroce per il
controllo delle leve di comando della borghesia italiana, per la formazione di
quel capitalista collettivo individuato quasi cento anni fa da Lenin.
Recentemente è stato pubblicato
da Mediobanca il rapporto sullo stato delle principali banche internazionali
(uno studio condotto su 67 gruppi Europei, Statunitensi e Giapponesi). Ebbene,
i 67 gruppi presi in esame presentano un attivo di bilancio pari a circa 44000
mld di dollari (il 71% del pil mondiale che è pari a 61000 mld!), occupando
quasi 4 milioni di salariati. Tra i vari dati sembrano particolarmente
interessanti quelli che fotografano il grado di concentrazione delle banche
nelle varie aree e la dimensione media degli attivi di bilancio: il peso dei primi
5 gruppi statunitensi sul totale attivo della propria area è passato dal 54%
del 1998 al 74% del 2005,
in Giappone dal 44% all'80% mentre in Europa dal 23% al
29%, mentre l'attivo medio dei principali gruppi è pari a 663 mld di euro in
Europa (più che doppio rispetto ai 300 di Stati Uniti e Giappone). Da questi
dati si evince quindi la formazione di colossi bancari enormi in Europa e che
inoltre hanno ancora grossi margini di crescita.
Tutte queste cifre possono
apparire aride, e probabilmente lo sono, ma in questa battaglia è deciso da quel
"pugno di monopolizzatori" il destino di miliardi di individui.
(1): Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo.




















